"Scolmare" fiumi e canali dalle acque devastatrici e le strade dal traffico di camion e autotreni, con i conseguenti benefici sull'equilibrio idrogeologico del nostro territorio contribuendo contemporaneamente alla diminuzione dell'inquinamento atmosferico. E creando lavoro.
Questo il triplice effetto di un'opera pubblica che Padova2020 ha sostenuto da sempre.
Meno di un anno fa, in occasione della festa del Primo Maggio, eravamo simbolicamente alle chiuse di Vigonovo dove il canale artificiale si interrompe, a pochi passi dal fiume Brenta, muniti di pale e picconi, per richiamare l'attenzione su un'opera pubblica non solo utile, ma che ha enormi potenzialità di occupazione e sviluppo.
“Allagamenti ed inondazioni non sono ormai più eventi eccezionali, ma la regola ad ogni pioggia un po’ più abbondante. L’idrovia - affermò in quell'occasione Francesco Fiore - risolverebbe il problema del dissesto idrogeologico, diventerebbe un’ottima via verde di collegamento tra Padova e Venezia, due città turistiche per eccellenza, e rappresenterebbe infine un’occasione di sviluppo e occupazione, in quanto potrebbe diventare una sorta di ‘succursale’ del porto di Venezia.”
L’inchiesta di PRESADIRETTA su Rai3 condotta da Riccardo Iacona il 22 febbraio 2015 (il servizio dedicato all'Idrovia Padova-Venezia dal minuto 1.10'.54''), ha raccolto la storia di un’opera che aspetta da 50 anni di essere completata.
Mancano solo 13 chilometri da scavare, ma dopo 50 anni e 55 miliardi di vecchie lire, il canale è ancora incompiuto.
Il servizio riprende molte delle nostre argomentazioni e lancia l'allarme sull'ipotesi di un completamento "amputato" di quest'opera, che ne vanificherebbe l'efficacia.
Padova2020 continuerà ad essere in prima linea in questa battaglia e si mantiene fedele al proprio programma: Stop al Consumo di Suolo, rivedere il PRG e il PAT.

"Padova2020 oramai da anni chiede una sola cosa riguardo alla realizzazione del nuovo ospedale: una seria analisi costi-benefici. - ribadisce Nicola Rampazzo, portavoce del Movimento - Ad oggi invece continuiamo ad assistere ancora al grande gioco trasversale del monopoli coi soldi dei cittadini padovani e col futuro della loro città. Il problema più importante per i politici di centrodestra e di centrosinistra resta il cemento e non si affronta neanche lontanamente il vero bisogno: la salute."
"La discussione sul nuovo ospedale di Padova si è impantanata nell'assioma “ospedale si - ospedale no”, concentrando tutta la querelle su considerazioni di tipo edilizio o tutt'al più urbanistico - denuncia Beatrice dalla Barba, consigliere comunale di Padova2020 - ricordiamo che si sta parlando di struttura ospedaliera, elemento che implica una preventiva programmazione delle attività sanitarie, sia per quanto riguarda gli aspetti funzionali che per ciò che concerne le necessità del territorio nel quale si sviluppano. Ridurre la discussione ai soli aspetti “edili” è limitativo poiché esula dalla corretta valutazione e programmazione delle finalità operative del nostro sistema sanitario. Sarebbe più utile invece rimettere al centro le esigenze dei cittadini."
Le nostre proposte in materia di sanità, contenute nel Programma elettorale, prevedevano ad esempio l'accorpamento dei servizi sociosanitari in Case della salute e del Benessere di Quartiere.

Un’incredibile collezione di scivoloni contraddistingue l’ultimo mese della giunta di Padova a guida leghista. I più vistosi e recenti sono (dopo la bocciatura del “Piano sicurezza” da parte di chi avrebbe dovuto metterlo in atto, ovvero la Polizia municipale, vedi "Salviamo Padova" ) innanzitutto la stroncatura senza appello degli esercenti aderenti all’Appe del nuovo regolamento per le aperture serali dei bar.
«Bitonci ha tradito le promesse elettorali e non ha mantenuto la parola presa durante i nostri incontri», dichiara Filippo Segato, presidente dell’associazione APPE che riunisce gli operatori del settore, in un’intervista al Mattino di Padova del 20 febbraio. E aggiunge: «Siamo pronti alle vie legali e alle barricate per protestare contro la mannaia dei divieti e l’assenza dei “premi” millantati.”
«È chiaro che il sindaco non conosce le esigenze degli esercenti della città che amministra», rincara Filippo Bernardin della segreteria APPE. «Non si può chiedere, ad esempio alla pizzeria di Isola di Torre, di avere un vigilante dopo le 21. Né il sindaco dimostra di conoscere le leggi perché gli orari sono liberi, non li può decidere per tutta la città». Ora gli esercenti parlano addirittura di «voltafaccia» e minacciano proteste eclatanti se palazzo Moroni non farà retromarcia.
Ma un’altra sonora “sberla” viene nientemeno che dal Tar del Veneto, il quale la settimana scorsa ha cassato la Delibera di Giunta n. 485/2014, che istituiva i nuovi organismi “pilotabili” di partecipazione territoriale che avrebbero dovuto sostituire i Consigli di Quartiere. Il Mattino di Padova del 20 febbraio titolava infatti: “Regolamento dei quartieri: arriva lo stop dei giudici; dopo Ebola e sale pubbliche, un’altra sospensione da parte del Tar Veneto”.
Quale sarà la prossima buccia di banana?

Continua la pioggia di Piani Urbanistici Attuativi di nuovo edificato su suolo agricolo, approvati dall’amministrazione Comunale. L’ultimo della serie riguarda un residuo di cuneo verde tra Padova e Albignasego in via Chiesa Vecchia. La logica è sempre quella della perequazione: il Comune concede di costruire su una parte dell’area e la rimanente viene ceduta a verde o servizi (in teoria) ad uso pubblico.
Il tutto in perfetta sintonia e continuità con l’amministrazione precedente; dal punto di vista urbanistico le politiche di Bitonci ricalcano quelle di Zanonato-Rossi, alla faccia delle promesse in campagna elettorale. Sicuramente pronta sarà la risposta del Sindaco che darà la colpa a scelte (PAT - Piano di Assetto del Territorio) fatte dall’amministrazione precedente su cui è impossibile tornare indietro. Questa difesa è la foglia di fico dietro cui nascondere il medesimo indirizzo politico della Lega in Regione che ha fatto del Veneto negli ultimi 20 anni, la Regione a più alto consumo di suolo dopo la Lombardia. Numerose sono le sentenze di TAR e Consiglio di Stato che danno ragione a quelle amministrazioni che rivedono le loro previsioni di sviluppo urbanistico (TAR Milano 2765/2014); ad esempio il Comune di Udine ha tagliato nel 2013 un milione di metri cubi di previsione di nuovo edificato. A Padova, niente di tutto questo.
Qual è la strategia di sviluppo urbano perseguita? A fronte di 20.000 case/appartamenti sfitti tra Padova città e cintura metropolitana, non si vede la necessità di nuovo edificato tenuto conto dell’emorragia di popolazione padovana, soprattutto giovani che migrano altrove. È una operazione a saturazione di cemento su tutti i residui cunei verdi o ritagli di campi agricoli rimasti in città, non c’è un disegno strategico volto a strutturare servizi e verde pubblico dove servono. Spesso accade che il privato ceda i terreni al pubblico che però non ha i soldi per progettare servizi o attrezzare il verde pubblico e quindi finisce che l’area resta in gestione al privato con un ipotetico uso pubblico che nel tempo verrà meno. Una incapacità politica volta a lasciare spazio alla rendita fondiaria dei privati, mentre parti intere di città restano dei vuoti urbani degradati, cui nessuno mette mano. Proprio in prossimità del nuovo edificato previsto in via Chiesa Vecchia c’è uno di questi vuoti urbani, alla fine di via Adriatica all’incrocio con via S. M. Assunta; interi palazzi per lo più vuoti, due distributori di benzina abbandonati a se stessi da decenni, un tessuto commerciale ormai morto.
Si continua a sottrarre terreno agricolo alla produzione di cibo in nome di una speculazione edilizia che ha fatto i suoi danni e che non è più in grado di sostenere l’economia del comparto edile, oltre a non saper rigenerare il tessuto urbano degradato della città.
E pensare che questo è l’anno dell’EXPO il cui slogan è “nutrire il pianeta”!



